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Il primo censimento dei lavori di Minà Palumbo relativi all’agricoltura e alle scienze naturali, come è noto a tutti, si deve al botanico laziale Augusto Béguinot. Sul finire del 1923 egli pubblica negli Atti dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti di Messina un profilo biografico dal titolo “Il medico Francesco Minà Palumbo e le sue benemerenze nel campo della Storia naturale e dell’Agraria nella regione delle Madonie” chiuso da un saggio di bibliografia dei lavori di Minà comprendente 402 titoli.

Béguinot, che oltre ai periodici spogliati nelle biblioteche di Messina, Catania e Acireale, consultò pure quelli custoditi nella biblioteca di Minà, fu pienamente consapevole del fatto che il numero delle pubblicazioni del naturalista di Castelbuono fosse da ritenere provvisorio e quindi approssimato per difetto. Nel 1949 lo storico di Castelbuono Mogavero Fina, in un articolo pubblicato su Le Madonie, in maniera alquanto empirica, innalzò a 800 il numero dei lavori di Minà. Benché nella biblioteca del Museo Minà Palumbo si trovino diverse pubblicazioni stranamente sfuggite alle spigolature di Béguinot, la cifra fornita da Mogavero Fina, fino a poco tempo fa, appariva giustamente iperbolica.

Oggi, alla luce di quanto riportato da Genchi (2012) e dei ritrovamenti successivi a questo studio, sappiamo che le note e i lavori di Minà andati in stampa ammontano addirittura a 1127, tutti documentati, eccezion fatta per un trascurabile numero. Per inciso, una parte di queste pubblicazioni sono già consultabili nel sito www.francescominapalumbo.it ed è in corso d’opera il riversamento di tutte le altre. L’avvertenza di Béguinot «non escludo che qualcosa mi sia sfuggita ma è certo che contiene le pubblicazioni più interessanti» col senno di oggi si può ritenere vera al 50% e forse anche meno.

Infatti, se è vero che fra i 725 nuovi titoli (quasi il 200% in più rispetto a quelli censiti da Béguinot) non si incontrano opere del calibro dei Proverbi agrari o della Monografia sui pistacchi o dei Materiali per la fauna lepidotterologica delle Madonie, è anche vero che, per motivi diversi, questi articoli – talvolta anche brevi note – non appaiono meno significativi dei monumentali lavori monografici di Minà.

Innanzitutto le conoscenze bibliografiche attuali restituiscono un dato che mette in risalto la centralità dello studioso Minà nel panorama dell’agricoltura nazionale del suo tempo. Infatti, gli articoli del Nostro sono apparsi su 70 riviste che si stampavano in ogni parte d’Italia. La seguente cartina illustra la distribuzione areale delle città in cui le suddette riviste avevano sede con le frequenze che si riferiscono al numero di testate.

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Dal momento che sono stati rintracciati contributi apparsi anche sul Giornale del Comizio Agrario di Ancona e sulla Sicilia Vinicola di Riposto non sorprenderebbe se si scoprissero ulteriori pubblicazioni su riviste friulane o pugliesi che addenserebbero i punti di questa cartina.

Ancora più significativo appare il successivo grafico in cui le pubblicazioni vengono raggruppate per città.

cittàDalla precedente cartina traiamo, per esempio, che Minà ha pubblicato in 30 riviste che si stampavano a Palermo e in una sola testata con sede a Bologna: il Giornale di Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia, nel quale compaiono, però, ben 190 contributi. Gli articoli apparsi sulle 30 riviste palermitane assommano a circa 350, compresi alcuni corposi studi (Rettili e anfibi nebrodensi, Proverbi agrari, Materiali per la fauna lepidotterologica delle Madonie, Catalogo dei mammiferi della Sicilia).

Le riviste di Palermo che fanno registrare le frequenze più alte sono rappresentate nel seguente grafico dove spicca sorprendentemente La Campagna, un periodico senza dubbio minore che però annovera fra i collaboratori illustri studiosi quali Antonio Carpenè, Girolamo Caruso, Camillo Rondani e Giacomo Sormanni, dove Minà fra il 1871 e il 1878 pubblica 66 fra articoli e brevi note. palermoI contributi apparsi sul Giornale di Agricoltura di Bologna ammontano esattamente a 190. Un numero non proprio trascurabile. Anche se, talvolta, si tratta di piccole comunicazioni, come per es. quelle che descrivono le tre cultivar locali di pere corredate, rispettivamente, da queste tre illustrazioni, non mancano interventi di grande interesse svolti, come Minà ci ha abituati, ad ampio spettro:

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patologie animali e vegetali con particolare riguardo alle ampelopatie, bachicoltura, granicoltura, economia agraria, agrumicultura, olivicultura, viticultura, effetti degli agenti atmosferici sulle coltivazioni e sugli armenti ma anche diverse riflessioni sugli uccelli e sui mammiferi siciliani nocivi alla pastorizia e all’agricoltura. Così come non mancano i contributi paremiologici, segnatamente sulla meteorologia, e una bella comparazione tra proverbi siciliani e toscani sulla viticoltura. Buon ultimo un delizioso articolo sul modo di preparare le conserve di pomodoro.

Le oltre settecento recenti aggiunte alla bibliografia di Minà Palumbo permettono di mettere a fuoco l’attenzione maniacale prestata dal Nostro alla registrazione dei dati statistici, aspetto questo che, per quanto noto, era emerso solo in parte e occasionalmente.

Per es. nell’articolo Sopra i tremuoti pubblicato in 4 puntate sul Giornale officiale di Sicilia nel 1858 Minà riporta, a parte quelle occorse a partire dal  1810, notizie dettagliatissime su un centinaio di scosse telluriche da lui registrate a Castelbuono fra il 1844 e il 1856 corredandole anche dei fenomeni atmosferici che le accompagnarono.

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Inoltre, nel Giornale di Agricoltura del Regno d’Italia, dal 1864 al 1881, e ne La Campagna, dal 1872 al 1877, Minà Palumbo pubblicò con regolarità e dovizia di particolari le Notizie delle campagne di Castelbuono, periodici rendiconti dello stato delle campagne, dell’andamento della stagione, dei raccolti, dei mercati. Si tratta di documenti di grande importanza che permettono di ricostruire con assoluta fedeltà le vicende dell’economia agraria di Castelbuono ma anche l’andamento meteo-climatico di quegli anni. Quest’ultimo aspetto si può ricavare anche, e meglio, dalle minuziose notizie che Minà, tra il 1880 e il 1889, inviò mensilmente a Gaetano Cacciatore, direttore dell’Osservatorio astronomico e dell’Osservatorio meteorologico di Valverde e pubblicate, sia in forma analitica che sintetica, nel Bullettino della Sezione Meteorologica a Valverde annessa alla Società di Acclimazione. Si tratta, anche in questo caso, di una impressionante quantità di dati relativi a rilevamenti pluviometrici, nivometrici, termometrici, barometrici, igrometrici, anemometrici, dello stato dominante del cielo, da lui eseguiti quotidianamente e annotati con metodo e precisione da fisico sperimentale.

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Fra le aggiunte alla bibliografia meritano una certa attenzione il Saggio di topografia medica di Castelbuono del 1869 e il Catalogo dei mammiferi delle Madonie del 1858.

Il primo, rimasto purtroppo incompiuto, contiene ricche notizie attorno alla topografia e alla climatologia di Castelbuono, sulle condizioni dell’abitato e degli abitanti dal punto di vista sanitario, sulle malattie dominanti in Castelbuono, oltre a una serie di dati relativi ai movimenti della popolazione nel periodo compreso fra il 1836 al 1855, organizzati in tabelle di natalità e mortalità variamente strutturate che confermano l’importanza che Minà annetteva ai dati e ai rilevamenti statistici.

Il secondo, a parte la rilevanza zoologica, è senza dubbio di grande interesse etnografico perché attesta l’abitudine dei castelbuonesi di tenere appesi alle finestre, a mo’ di amuleti, le corna del daino, spiega perché le erbe delle Madonie indorano i denti delle pecore sfatando così la vecchia credenza locale secondo la quale dalle piante madonite fosse possibile estrarre l’oro:

Le pecore, che pascolano nelle Madonie nella stagione estiva presentano i denti, e particolarmente le mole di un bel giallo-dorato. Prima che le scienze avessero illuminato le menti, ed ovunque si cercava dell’oro, questo fenomeno richiamò l’attenzione dei curiosi, e degli Storici; si disse che le piante nebrodensi, oltre le altre qualità meravigliose che possedevano avevano quella d’indorare i denti delle pecore, e delle capre, e difatti si suppose che contenevano dell’oro, ed una tradizione volgare tramandata da generazione in generazione sino a noi accerta di essersi ottenuto dell’oro dalle piante raccolte nelle Madonie; tali chimeriche illusioni figlie dell’ignoranza e del desiderio di acquistare ricchezze non si sono più rinnovate, le speranze sono restate pur troppo deluse, e l’oro si è sempre trovato nelle viscere della terra di lontani paesi. [...] Volendo conoscere la causa di un tal fenomeno, sembra che sia prodotta da semplicissima cagione. I denti molari, ed incisivi de’ sopradetti animali han sempre coperti i lati di un intonaco calcare bianco-gialliccio, in maggio ruminando continuamente quelle erbe succulenti, che mandano un’acqua vegetale verde, la quale colora quella incrostazione, la quale diventa di un colore cupreo, o dorato più o meno intenso, ed i vuoti dove non havvi ruminazione restano bruni, o nerastri senza quello splendore metallico. Alla fine di luglio le piante perdono il succo verde, e perché sono più dure il colore doratosi perde, e quella incrostazione ritorna gialliccia, o nerastra.

Il Catalogo dei mammiferi delle Madonie è interessante, inoltre, perché vengono passati in rassegna i mammiferi utili e nocivi all’agricoltura (aspetto che verrà ripreso in diversi articoli pubblicati più tardi sul Giornale di Agricoltura del Regno d’Italia) ma soprattutto perché rimanda a quello che può essere considerato il prodromo degli studi di Minà sui mammiferi siciliani: il Prospetto degli studi di mammologia in Sicilia, pubblicato nel 1847 nella rivista messinese Il Porto Falcato. Le uniche notizie che si possiedono di questo articolo, uno dei pochissimi a non essere stato rintracciato, ci provengono dallo stesso Minà e dal botanico avolese Giuseppe Bianca. Il primo nel Catalogo dei mammiferi delle Madonie scrive: «Nel mio Prospetto degli studi di Mammologia in Sicilia ho riunito quanto dai nostri, e dagli esteri si è detto de’ nostri mammiferi selvaggi, e domestici, addetti alla pastorizia, o rinvenuti fossili, ed alla fine aggiunsi un catalogo di settantasei specie, di cui si era fatta menzione; tal lavoro compilato per servire d’introduzione a questo [al presente n.d.r.] lavoro fu pubblicato già sono molti anni per mostrare la necessità di conoscere, e studiare i quadrupedi dell’Isola nostra». Il Bianca in una Rivista bibliografica di lavori di Minà («Atti dell’Accademia Gioenia», 1859) conferma che il «Prospetto degli studii di mammologia in Sicilia con in fine il Catalogo delle specie viventi, estinte e fossili, [è] da servire d’introduzione al Catalogo dei mammiferi delle Madonie».

Di grande interesse, inoltre, sono i 64 contributi, finora non noti, apparsi sulla Sicilia vinicola di Riposto fra il 1888 e il 1894, che spaziano dalla viticoltura alla vinicultura, al commercio dei vini, alle ampelopatie al problema, centrale in quegli anni, dell’adattamento e della resistenza delle viti americane.

Certamente singolare, perchè esterna al suo canonico perimetro di studi, è una nota apparsa sotto forma di corrispondenza sul Poligrafo (20 novembre 1856) nella quale Minà pubblica, offrendoli a Lionardo Vigo, undici canti popolari raccolti a Castelbuono, una parte dei quali sarebbero poi confluiti nella Raccolta di canti popolari siciliani pubblicata dallo studioso acese nel 1857. La collaborazione di Minà Palumbo alle ricerche di Vigo continuerà, almeno fino al 1870. In una lettera spedita da Castelbuono il 21 gennaio di quell’anno si legge:

Su Ciullo di Alcamo nulla qui si conosce. Sulla poesia Vita del Pré Giordano ho potuto raccogliere frammenti distaccati che non sono sufficienti a dare un concetto. Se desidera delle poesie, ottave, che il popolo canta attualmente potrei mandarne, quasi tutte erotiche, o di odio e gelosia.

Gli articoli recentemente rintracciati permettono anche di correggere gli estremi temporali della produzione scientifica di Minà Palumbo. Secondo le conoscenze attuali, il suo primo lavoro è una memoria medica del 1839 dal titolo Osservazione sopra la virtù anti-sifilitica del cloruro di calce pubblicata sul Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia mentre l’ultimo, a dimostrazione del fatto che – nonostante l’età avanzata – Minà produsse fino agli ultimi momenti della sua vita, è una nota pubblicata postuma nel 1900 sulla Sicula, la rivista del C.A.S., dal titolo La vista degli uccelli, probabilmente scritta a quattro mani con il nipote Michele Morici, col quale nel 1898 aveva scritto anche un altro articolo ornitologico.

Nel corso della ricerca che ha consentito di ampliare la bibliografia di Minà Palumbo è emerso anche, a ulteriore conferma della sua idea di cultura scientifica ad ampio raggio, il contributo dato alla costruzione della Carta geologica d’Italia che si andava approntando all’indomani dell’Unità d’Italia. Su richiesta del geologo Igino Cocchi, responsabile della preparazione della Carta, Minà nel 1867 produce ipso facto otto tavole assai belle che mettono in evidenza le peculiarità geologiche della Sicilia, vale a dire i coni di eruzione dell’Etna, l’isola di Ustica, l’Isola Ferdinandea, la serie gessoso solfifera, le manifestazioni secondarie del vulcanismo, le formazioni e depositi di combustibili fossili, la miniera di salgemma di Petralia Soprana, la classificazione delle Madonie data da Calcara e da Vilanova.

Quest’ultima appare particolarmente interessante perché attesta il rapporto, certamente non noto, col grande geologo e paleontologo spagnolo Juan Vilanova y Piera, che nel 1879 portò alla luce i graffiti della grotta di Altamira, nell’estremo nord della Spagna.

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Fra la fine del 1852 e l’inizio del 1853 il giovanissimo geopaleontologo visita «las célebres montañas de las Madonias» e, grazie a Pietro Calcara, ha l’opportunità di conoscere Minà Palumbo e di prendere visione della sua collezione di fossili e di rocce delle Madonie che gli permetteranno di confermare le sue ipotesi circa l’età geologica e il carattere nummulitico delle rocce delle Madonie. Un passo del rendiconto di Vilanova relativo all’escursione sul versante settentrionale delle Madonie è posto da Minà-Palumbo, con un certo comprensibile orgoglio, a corredo della carta:

Avendo trovato all’uscita di Cefalù de’ pezzi d’ippuriti non dubito, che la roccia di Cefalù sia ippuritica; i fossili, e le rocce vedute presso Dr. Minà raccolti nelle Madonie mi han confermato in questa idea, e ciò per questo, che i due estremi di questo taglio sono della medesima natura. Quanto all’arenaria alternante cogli strati di argilla, marna, e calcario non posso dubitare, che tutto sia terreno nummolitico, dopo di aver trovato in S. Anastasia de’ veri nummoliti.

Dopo l’uscita, alla fine del 2012, della Bibliografia dei lavori scientifici di Francesco Minà Palumbo con la quale il numero delle pubblicazioni dello studioso di Castelbuono è stato innalzato da 402 a 1098, sono stati rintracciati altri 29 articoli. Si tratta di lavori pubblicati fra il 1869 e il 1880 che spaziano dall’enologia alla esperidicultura, dall’entomologia all’economia agraria.

Dal momento che rimangono ancora da spogliare molte testate di agricoltura, di scienze naturali e diverse annate delle riviste sulle quali sono apparsi contributi di Minà Palumbo, appare senz’altro reale la possibilità non solo di riuscire a integrare ulteriormente il corpo delle sue pubblicazioni ma anche di riportare alla luce altri interessi, finora poco conosciuti, coltivati da questo prolifico e poliedrico naturalista che, appare ormai sempre più chiaro, non mancò di esplorare alcun ambito delle scienze.